Cos’è il “cuneo fiscale” e perché bisogna ridurlo?

Nell’ultimo periodo non è infrequente imbattersi in servizi televisivi in cui viene rilanciata la necessità di ridurre il cuneo fiscale: si tratta di un tema “caldo” al centro della discussione sulla riforma fiscale della Legge di Bilancio 2020.

La riforma sulla tassazione del lavoro prevista nel 2020 e capeggiata dai due Premier, Di Maio e Salvini, si pone come obiettivo principale quello di abbassare i costi del lavoro. Per comprendere al meglio l’essenzialità di queste manovre è necessario dapprima chiarire cos’è il cuneo fiscale e successivamente focalizzare l’attenzione sui dati contenuti nel report sulle condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie stilato dall’ISTAT.

Cuneo fiscale: cos’è?

Il cuneo fiscale è l’insieme delle tassazioni che vengono applicate al costo del lavoro, tassazioni a carico tanto del datore di lavoro quanto del dipendente o del libero professionista. Questo giustifica perché sulla busta paga sono sempre presenti un importo lordo ed uno netto e quest’ultimo è quello che viene effettivamente percepito dal lavoratore.

L’importo lordo versato dal datore di lavoro, infatti, viene tassato in percentuali variabili a seconda di quelle che sono le normative vigenti e la tara tra importo lordo e netto costituisce il pluri-nominato cuneo fiscale.

Cuneo fiscale: Focus sulla situazione italiana

Consultando il più recente rapporto sulle condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie stilato dall’ISTAT, è possibile confrontare l’andamento del cuneo fiscale del 2016 con quello degli anni precedenti.

Dalla comparazione è possibile subito notare che dal 2006 in poi il costo del lavoro è aumentato sempre di più, e ciò sembrerebbe essere dovuto alla riforma sulle aliquote del 2007, che ha causato un incremento notevole delle addizionali regionali e comunali.

In Italia, ad esempio, nel 2016 il cuneo fiscale era del 46%, ciò vuol dire che dell’importo versato dal datore di lavoro è solo poco più della metà ad andare nelle mani del dipendente e che, quindi, se un dipendente percepisce 1.500 euro mensili, il datore di lavoro ne verserà circa 3.000 per coprire tutte le imposte dovute.

Appare evidente che un quadro di questo genere in un Paese con gravi carenze occupazionali come l’Italia non è affatto di buon auspicio, soprattutto pensando che i progressivi incrementi del cuneo fiscale che si sono registrati in Italia, sono stati affiancati da riduzioni dello 0.9% in altri paesi europei.

Ovviamente, una condizione di questo tipo scoraggia la regolarizzazione del lavoro soprattutto nei confronti dei giovani che riescono sempre meno a trovare un’occupazione regolare e che, per questo, tendono ad accontentarsi di “lavoretti” in nero alimentando questo circolo vizioso.

Una riduzione del cuneo fiscale, accompagnata magari da incentivi per i datori di lavoro in caso di contratti regolari, potrebbe agevolare la ripresa dell’Italia, considerando che la ripresa di ogni paese richiede come prima cosa un maggior sviluppo del lavoro.

Cuneo fiscale: differenze territoriali

Per quanto concerne le differenze territoriali, possiamo notare che il costo del lavoro risulta essere più elevato nell’Italia settentrionale rispetto alle altre ripartizioni territoriali, specie rispetto al Meridione italiano ed alle Isole.

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