Maturità: viva le commissioni con i prof di sempre

Proviamo a ragionarne con calma? Dico degli esami di maturità e della possibilità che le commissioni di esami siano formate da docenti tutti interni. Sì, lo so: lo fanno solo per risparmiare (ma a volte si fanno, per pessime ragioni, ottime scelte). Sì, lo so: nei piani di chi lo propone tutto ciò è anche una maniera di regalare altro spazio alle private e ai cosiddetti “diplomifici”.

So anche che il titolo di studio ha valore legale e mi pare giusto che sia così. Così come sono contrario, fieramente contrario, a qualsiasi sovvenzione pubblica all’istruzione privata.
Ho letto la Costituzione e mi piace quello che c’è scritto.
Ma questo basta per chiedere a gran voce che tutto resti com’è? Per una volta, al di là di ogni ideologia, perché non proviamo a riflettere con serenità?
Ad esempio: quali sarebbero le ragioni pedagogiche per le quali un allievo, dopo aver passato anni con un certo insegnante, dovrebbe essere poi giudicato da un altro?
Quali sarebbero le ragioni didattiche per cui a me, insegnante, dopo un tempo altrettanto lungo passato a tessere relazioni con i miei allievi, a motivarli, a insegnare loro decine di poesie, a suggerire decine di romanzi, a testare risultati, a stimolarli, a consolarli quando “cadono”, dovrebbe risultare sensato, o accettabile, che sia un altro, che nulla sa del mio lavoro e del percorso scolastico del mio allievo, a tirare le somme e ad emettere un inappellabile giudizio?


Com’è possibile, che corso di aggiornamento dopo corso di aggiornamento, si ricordi a noi docenti che “valutare” è cosa diversa da “misurare”, che la valutazione è la fine di un percorso complesso di relazione tra discente e docente, fatto di didassi e reciproca conoscenza, per poi dirci – come se fosse la cosa più normale del mondo – che però al liceo, per la Maturità, a valutare sarà qualcuno che non ha mai visto prima i nostri ragazzi?
Come diamine farà costui a “valutare” degli allievi a cui non ha mai insegnato, di cui corregge una sola prova scritta e che ascolta per non più di una ventina di minuti?
A che serve quest’iniezione di ansia che viene somministrata a tutti noi anno dopo anno?
Eh, già, perché a essere ansiosi non sono solo gli allievi, ma anche molti, moltissimi di noi docenti, prigionieri della paranoia che il collega che verrà possa giudicarci degli incapaci e dei fannulloni: e così progettiamo programmi enormi, inattaccabili, ma ardui e spesso inutili per i nostri allievi.
E sovente il collega esterno che viene fa proprio quello che si temeva: l’esame a noi, più che ai nostri ragazzi.
Provate ad immaginare cosa può significare tutto questo in una disciplina come l’Italiano, o le lingue straniere: come giudicherà il mio collega di scuola crociana le mie letture critiche schiettamente francofortesi?

Cosa saprà mai chiedere il collega che insegna lingua straniera al Classico ai ragazzi dell’Alberghiero?
Lui conosce ottimamente tutta la letteratura, ma nulla sa del patrimonio lessicale sterminato di una cucina, tra pentole, casseruole, indoramenti, farciture, glasse. E così via… Qualcuno si è mai reso conto che, dopo aver richiesto cinque anni di costante impegno ai nostri ragazzi, raccontando loro che la scuola è seria e affidabile in ogni suo aspetto, alla fine, per tutto questo lavoro, concediamo loro al massimo un terzo del punteggio necessario a diplomarsi, mentre la massima parte (75 punti su 100) è affidata a quanto accade nei pochi giorni dell’esame ed è nelle mani di una commissione che ha quattro elementi esterni su sette?

Che senso ha? E soprattutto: che messaggio stiamo dando ai nostri giovani? Quello che cinque anni di duro lavoro possono essere mandati a puttane da una giornata storta, da un test sfortunato, da un insegnante che la pensa (lecitamente) in maniera assolutamente opposta a chi sinora ci ha guidato, o che può dirci tutto di Shakespeare, ma che non sarebbe mai in grado di comprare una casseruola a Londra?

Crediamo che tutto questo sia motivante per loro? Che sia razionale, o comprensibile a un allievo appena diciottenne, visto che pare difficilmente argomentabile anche ad un vecchio insegnante come me?
La cosa strabiliante è poi che una roba del genere capita solo alla Maturità: dalle elementari alle medie e poi all’università quello studente sarà sempre valutato da chi gli ha insegnato, e la laurea ha certamente valore legale quanto il diploma.
Ma, al di là di questo, e dato per scontato che di certi “diplomifici” tutti faremmo volentieri a meno, per quale ragione il compito di combattere certe storture e certi scandali dovrebbe ricadere sulle spalle di tanti allievi della scuola statale? Lo Stato non è in grado di fare da sé?
Davvero non esistono altre soluzioni?
Perché non pensare piuttosto a percorsi differenziati, visto che chi giudica nei privati è pagato direttamente dai genitori degli allievi e dunque potremmo avere fondate ragioni di dubitare della sua obiettività di giudizio?
Se ciò che l’istruzione privata rilascia è un titolo di studio con valore legale e se crediamo che spesso molti di questi istituti si trasformano in diplomifici, non basterebbe che il presidente esterno della commissione, che è un dipendente statale, entrasse in servizio già prima, al momento dello scrutinio finale di ammissione, magari permettendogli di controllare tutto quanto nell’anno è stato prodotto dagli allievi e dandogli un potere di veto di fronte a decisioni palesemente incongrue? Davvero siete convinti che sia meglio infliggere tutta questa sadica, inutile, pomposa e costosa procedura agli allievi della scuola pubblica, solo per essere certi che nessuno rubi la sua licenza liceale, posto che poi tutto ciò sia davvero efficace, visto che i tassi di promozione delle scuole pubbliche e private sono sostanzialmente sovrapponibili?
Io no: io credo che sia meglio salvare la motivazione, la serenità, i diritti di tanti allievi della scuola pubblica, anche a costo di dover mettere in conto che qualche furbetto la faccia franca.

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