Il mostro è innocente

Contrada era un servitore dello Stato e non un uomo al servizio dei boss. L’ha stabilito ieri la corte di Strasburgo: “L’accusa di concorso esterno non era sufficientemente chiara”. Poche parole che radono al suolo 23 anni di indagini, centinaia di udienze, polemiche feroci, bugie e mezze verità. Come quella di Antonino Caponnetto che in un’aula del Tribunale riferì che Giovanni Falcone “disprezzava” il poliziotto del Sisde.

Di più, nel corso del processo di primo grado a Contrada, l’ex capo del pool di Palermo raccontò un episodio che avrebbe dovuto definitivamente chiarire il rapporto conflittuale e avvelenato tra l’ex uomo del Sisde, il traditore di Stato, e l’icona antimafia, Giovanni Falcone: “Quando Contrada venne interrogato sull’omicidio Mattarella – raccontò Caponnetto – mi rimase impresso un gesto di Falcone: una volta che Contrada ebbe terminato, entrambi, io e Falcone, ci alzammo per stringergli la mano. Poi Falcone la fissò per qualche istante e la pulì vistosamente sui pantaloni. Era un chiaro segno di ribrezzo”.

Ma qualcosa non torna: il fatto è che quel giorno il giudice Falcone non era in aula. Di più l’interrogatorio a Contrada non era stato verbalizzato dall’ufficio istruzione di Falcone ma dal procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno in persona, come verificarono gli avvocati e pochi, coraggiosi, giornalisti. E di fronte alla richiesta di qualche straccio di prova di quel che andava dicendo, Caponnetto cambiò versione e, con un’alzata di spalle, disse che forse si era sbagliato, che Falcone non lo disse in aula ma, “eventualmente”, nel suo studio. Ma questa è solo aneddotica che pure ha contribuito a distruggere la carriera, e la vita, dello 007 italiano.

La vita di Bruno Contrada va in frantumi la notte di Natale del 1992. Quattro pentiti sostengono che lui è il riferimento della mafia siciliana e tanto basta a rinchiuderlo preventivamente nel carcere militare di Forte Boccea dal quale uscirà solo 31 mesi e 7 giorni dopo. “Non c’era nessuna necessità di arrestarmi la vigilia di Natale – racconterà molto tempo dopo Contrada -. Avevo il telefono sotto controllo, sapevano benissimo che avrei passato le feste a casa con i miei figli. In anni di servizio non mi è mai capitato di arrestare i criminali nel giorno di Natale”.

Nel frattempo la pratica passa ad Antonio Ingroia che nel ’95 – e anche grazie agli “aneddoti” di Caponnetto – ottiene una condanna a 10 anni di carcere per concorso esterno. Nella sua requisitoria, Ingroia accuserà Contrada di essere “un funzionario a totale servizio di Cosa nostra, l’anello di una catena all’interno di un patto scellerato tra pezzi dello Stato e la mafia, responsabile del tradimento nei confronti di Boris Giuliano e Ninì Cassarà fino ad arrivare alla strage di Capaci”. Contrada cascò dalle nuvole, era legato da una fortissima amicizia con Cassarà, il poliziotto ucciso dai corleonesi nell’agosto dell’85: “Avevo un rapporto fraterno con Ninì, ci chiamavano Castore e Polluce. Quando lasciai il comando della Mobile di Palermo lo lasciai a lui, lo lasciai per lui”.

Passano gli anni, 5 per la precisione, il processo arriva di fronte ai giudici della Corte d’Appello di Palermo che sconfessano l’istruttoria e ribaltano il primo grado: Contrada viene assolto perché il fatto non sussiste, ma nel 2002 la Cassazione decide che l’Appello va rifatto davanti a una diversa sezione della Corte di Palermo.

Il nuovo appello, dopo 35 ore di camera di consiglio, conferma la condanna a 10 anni di carcere e nel 2007 la Cassazione conferma la sentenza. Contrada torna in carcere, a Santa Maria Capua Vetere, e chiede la revisione del processo che, dopo un lungo tira e molla, viene negata: “La richiesta è inammissibile”, scrivono i giudici. L’odissea giudiziaria, a quel punto, sembra finita. Per la giustizia italiana Bruno Contrada è un funzionario dei Servizi al soldo dei clan.

Iniziano le pratiche per la richiesta di grazia che lui rifiuta: “Sono un servitore dello Stato e sono innocente, non voglio nessuna grazia. Dallo Stato mi aspetto un grazie e non una grazia”, ripeterà dal carcere dove vive sempre più isolato e malato.

Al solo sentir parlare di grazia, Rita Borsellino, la Fondazione Caponnetto e la Fondazione Scopelliti, levano gli scudi e, nonostante le gravi condizioni di salute dell’ex 007, chiedono un incontro con Napolitano per bloccare qualsiasi iniziativa. L’associazione delle vittime di via dei Georgofili tira addirittura in ballo presunti ricatti da parte di Cosa nostra allo Stato. Sono i primi indizi della teoria della trattativa tra Stato e mafia: “È importante da parte delle massime Istituzioni – spiega l’Associazione – ascoltare la voce di chi come noi ha pagato un prezzo incredibile, perché servitori dello Stato hanno tradito questo Paese. Ma soprattutto perché si sappia fino in fondo, che la mafia in carcere condannata per le stragi del 1993 sta giocando una partita per lei molto importante a suon di ricatti”.

E qui occorre aprire una parentesi. Contrada aveva infiltrati, confidenti e poteva contare su tutta quella serie di legami indispensabili per un uomo del Sisde. Chi lavora per i Servizi si muove su un crinale ambiguo, vive al confine della linea d’ombra, lì dove le regole del normale ingaggio saltano, si trasformano, diventano più flessibili. E proprio lì, lungo quel confine, si creano legami veri e legami ambigui, ci sono amici e nemici, si fanno patti che un minuto dopo si tradiscono.

E proprio grazie a quei patti (o tradimenti) Contrada arrivò a un passo dalla cattura di Bernardo Provenzano. Siamo alla fine di novembre del 1992. Lo 007 ottiene notizie confidenziali su alcune utenze che fanno riferimento al nascondiglio di Provenzano. Erano i numeri di un nipote del boss che faceva da tramite tra lo zio e gli uomini di Cosa nostra. Contrada si ferma: il suo compito è quello di raccogliere informazioni e passarle agli “operativi”.

Allora va a raccontare tutto al capo della Criminalpol, il quale gli dà l’incarico di scegliersi gli uomini migliori per portare a termine l’operazione Provenzano. Contrada si mette immediatamente al lavoro e nel giro di poco tempo riesce a beccare il nascondiglio del boss. E con il covo sotto controllo la sua cattura era davvero a un passo.

Lui riferisce ai superiori e rimane in attesa dell’ok, ma qualche giorno dopo arriva una velina dal ministero dell’Interno che chiede di sciogliere la squadra messa in piedi da Contrada con effetto immediato. Pochi giorni dopo lo 007 viene arrestato. Mistero. Due le ipotesi: o il ministero sapeva che su Contrada c’era un’indagine che di lì a poco lo avrebbe portato in galera, oppure l’ex 007 finisce in galera perché Provenzano doveva restare uccel di bosco. E se così fosse, non solo l’ex 007 non sarebbe un uomo della trattativa, ma una vittima sacrificale. Del resto le mancate catture di Provenzano hanno lasciato sul campo tante vittime e costruito nuovi eroi tra togati e giornalisti. Ma questa è un’altra (strana) storia.

Torniamo al 2007 e a quella richiesta di grazia che viene regolarmente negata. Contrada a quel punto finisce in ospedale: ha perso 22 chili e i suoi avvocati chiedono il differimento della pena e la richiesta dei domiciliari proprio per le gravi condizioni di salute del condannato. Le associazioni protestano ancora una volta e il presidente Napolitano – memore delle “minacce” sulla trattativa Stato mafia – scrive al Guardasigilli per bloccare tutto: Bruno Contrada può tranquillamente morire in carcere. Lui è rassegnato da tempo e arriva addirittura a chiedere l’eutanasia. Uscirà dal carcere, malato e umiliato, solo nel 2012.

Prima della sentenza di ieri, nel 2014 Strasburgo aveva già condannato l’Italia: “La detenzione era incompatibile con il suo stato di salute”, e ora, a distanza di 23 anni da quel giorno di Natale in cui fu trascinato in carcere, sempre dall’Europa arriva una seconda sentenza che rade al suolo decenni di controversie legali: l’ipotesi di aver aiutato i boss siciliani non è sufficientemente chiara, dicono i giudici. Fin qui la fredda cronaca. Ma la storia di Contrada è piena di chiaroscuri, di detti e non detti, ed è attraversata da vicende che si impastano con la storia più cupa e contraddittoria della nostra Repubblica e dei nostri eroi presunti.

di Davide Vari

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